La pomice

introduzione

Ho trovato un interessante articolo scritto da Carlo Cavazzuti publicato in articolo che Carlo Cavazzuti ha pubblicato sul suo bel blog narraredistoria.com

Per renderlo più navigabile (con indice) e traducibile in altre lingue (con bottone di google translate a destra),  ho copiato la prima parte dell’articolo qui.

La seconda parte parla del degrado e abbandono della miniera. Quella parte  è importante per il dialogo politico locale. Ho scelto di non averla qui in questa pagina.

Indice

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La pomice di Lipari, storia di un’industria forse finita

Chi ha messo piede sulle Sette Sorelle e in particolar modo sulla maggiore di quelle, Lipari, non avrà mancato di notare l’assidua presenza sulle spiagge, e come compagne di nuoto quando vi è un poco d’onda, piccole e grandi rocce di pomice che formano una bianca linea sulla spiaggia o galleggiano mollemente sui flutti.

Presto spiegata la loro presenza andando anche solo a fare un salto tra la località di Caporosso e quella di Porticello di Lipari, dove Monte Pilato, per secoli scavato per estrarne pomice, ora sbianca il paesaggio con i segni della cava.

La pomice ha da sempre caratterizzato l’isola, ma da alcuni anni la pietra è lasciata a sé stessa.  La storia della cavazione di pomice nelle isole Eolie, e in particolare sulla maggiore di Lipari, risale al neolitico quando le isole già esportavano, se nel neolitico si può parlare di esportazione vera e propria, ossidiana e pomice sulle più piccole sorelle e sull’isola maggiore.

Un’industria antica

L’estrazione e il commercio di questa pietra vulcanica vengono per la prima volta annotate in maniera formale il 18 maggio 1276 quando re Carlo d’Angiò autorizza il vescovo di Lipari (sin dal tempo della dominazione normanna signore delle Eolie) a esportare e commerciare oltre allo zolfo e all’allume anche la pomice.

Le stime di cavazione di quei primi anni di commercio si aggirano a circa 100-200 tonnellate all’anno. La pomice di Lipari si spande in Europa senza freni, sia per la cosmesi che per l’edilizia tanto che venne utilizzata per la costruzione della cupola emisferica della Cappella di Santa Maria del Fiore, a Firenze (alcuni, senza prove certe, sostengono che fosse già così famosa da essere utilizzata per la costruzione della cupola del Pantheon di Roma nel 120 d.C.).

Il borgo liparoto di Canneto, al tempo del 1200 chiamato Baia della Calandra, essendo poco distante dalla zona estrattiva principale si sviluppa fortemente sotto la spinta dei cavatori e trasportatori che assieme ai pescatori vivevano già in loco, tanto che nel 1596 viene fondata dal vescovo Juan Pedro González de Mendoza una piccola chiesetta dedicata a San Cristoforo (diventata poi basilica romana minore nei secoli successivi) noto al tempo come il protettore dei portatori e facchini. La chiesetta, fulcro della vita della borgata, inizialmente era anche utilizzata come riparo dagli attacchi dei pirati barbareschi che trovavano un buon punto di sbarco in quella zona per depredare proprio la risorsa mineraria tanto apprezzata anche all’estero.

La risorsa naturale estratta a Lipari era così fortemente richiesta e così conosciuta che nei secoli successivi al medioevo anche scienziati internazionali si interessarono della faccenda. Déodat de Dolomieu (colui che ha dato il nome alla Dolomia, la pietra più comune sulle Dolomiti che prendono il nome proprio da questa roccia) nel 1781 afferma che Lipari è “l’immenso magazzino che fornisce la pomice a tutta l’Europa” e sette anni dopo il modenese Lazzaro Spallanzani afferma che a Lipari “vengono bastimenti italiani, francesi e d’altre nazioni per caricare questa merce”.

Inizialmente, sin dal 1200 per arrivare al 1800, i singoli cavatori, o in gruppi familiari, si organizzavano autonomamente vendendo l’estratto ai capitani dei velieri che approdavano sull’isola, ma era un’attività che non riusciva a coprire l’immensa richiesta che proveniva dall’Italia e dall’estero e quindi con la rivoluzione industriale l’estrazione diventa via via sempre più dedicata agli imprenditori e alle loro società.

Si deve aspettare il 29 aprile del 1835 per poter parlare di un dazio sulle estrazioni di pomice: secondo i dati ammontava a 10 Grani siciliani per ogni quintale di pietra pomice scavata. Le entrate previste sarebbero ammontate a 100 onze l’anno corrispondenti a circa 600 tonnellate di prodotto e dovevano servire per far fronte all’illuminazione notturna dell’isola. Di concessioni ai privati già si discute qualche anno prima dei dazi, ma non si arriva mai a nulla in quanto ci sono serie difficoltà nell’apprendere quali appezzamenti terrieri fossero demaniali, o patrimoniali e quali dati dal vescovo in enfiteusi ai propri sudditi che consideravano i terreni pomiciferi come beni comuni dove ognuno prendeva quello che poteva per sostenersi o integrare i propri guadagni da altre fonti.

  

Il precursore in questo campo è il francese Firmine Bacot della ‘Leonard Bacot’, specialista in pomici, polveri e grani a Parigi.  Bacot il 2 settembre 1865 sposa a Pirrera Angelina Restuccia (liparota) ed il 24 maggio 1867 rivolge una petizione al Sindaco per chiedere una porzione di demani comunali in contrada Rocche Pirrera e la esenzione del dazio sulla polvere di pietra pomice che viene manufatta ed esportata all’estero.

La richiesta è negata per i danni economici che porterebbe all’isola intera.

Nel 1880 si iniziano a vedere le prime società che stabiliscono base sull’isola, prima per acquistare il prodotto, poi impiantando i primi mulini a Canneto, Acquacalda, e Porticello per la macinazione a diverse pezzature, infine acquistando terreni pomiciferi da singoli privati.

 

 

I primi industriali degni di questo nome sono Gabriele Barthe, Felice Neble e francesi Chamencin e compagni (anche la Banca Siciliana di Messina si inserì per un tratto nella questione) che lotteranno per un bando del Comune per quattro anni. A vincere il bando fu poi Gabriele Barthe dopo una lunghissima diatriba giuridica in merito al contratto stesso.

Già sei mesi dopo l’assegnazione il Barthe lamenta l’impossibilità di proseguire la sua attività in quanto il terreno assegnato non risulta a pieno del demanio.

Nel 1898 il contratto affidato dal bando si risolve per via giudiziaria per l’inadempienza del Comune senza che alcun lavoro di estrazione fosse stato praticato.

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Il monopolio sulla pomice

Sarà solo nel 1887 che si vedrà un contratto regolare sull’estrazione della pomice di Lipari assegnato alla Società Eolia, neofondata allo scopo.

Il nuovo contratto concede in locazione monopolistica, per due anni con possibilità di rinnovi biennali fino al termine massimo del 1905, con un canone annuo di lire 92 mila e cauzione di lire 85 mila, tutti i terreni demaniali produttivi di pietra pomice che il municipio possiede e di cui è in godimento che vengono elencati con nome delle contrade in cui si trovano “Col diritto di scavare nelle cave esistenti ed in altre che vorrà aprire senza limitazione alcuna. Il Comune ed i residenti possono fare uso della qualità detta alessandrina, del lapillo e della stacquatura, che si trova sulle spiagge, ed anche dei bastardoni purché questo materiale venga adoperato esclusivamente nei fabbricati del territorio comunale.”

Il monopolio lascia però i lavoratori privi di un contratto collettivo di lavoro pagando loro una retribuzione estremamente bassa e sbilanciata per gli orari e le condizioni lavorative difficili e pericolose.
Fu anche per questo motivo che fin dall’inizio molti di essi rifiutano di munirsi del permesso di lavoro, obbligatorio dal contratto monopolista, continuando a scavare per conto proprio e vendendo la pietra a commercianti e mediatori vari che esistevano nonostante il monopolio a Eolia.
Oltre ai lavoratori, l’altra categoria che veniva colpita dal contratto monopolistico erano i commercianti e i mediatori di pomice, nonché i bottai privati che costruivano casse e botti per il trasporto che dovevano ridurre il loro giro d’affari perché l’Eolia trattava direttamente con gli importatori nazionali ed esteri estromettendoli dal mercato sempre più fiorente grazie ai primi macchinari di scavo.

Nonostante i problemi con il disappunto dei lavoratori e il mercato nero della pomice di frodo i primi due anni di attività dell’Eolia, dal 1888 al 1890, furono positivi e le sue azioni inizialmente quotate a 250 lire ciascuna passarono a 450 e si vendettero non solo in Italia, ma fino alla borsa di New York. Nel 1892 l’Eolia chiude: debiti insoluti, problemi con le risoluzioni giuridiche in merito ai terreni demaniali, non ultimo la cittadinanza contro al monopolio, porteranno all’affido dei terreni pomiciferi ai lavoratori (pagati comunque solo 2 lire al quintale come sotto contratto con l’Eolia) sottoposti al controllo di un caposquadra e nove vigili.

 

Saranno diverse le richieste per concessioni monopolistiche negli ultimi anni del 1800 e anche nei primi del 1900.

Una in particolare salta agli occhi, quella di Theodor Haan di Dresda che apre sull’isola una fabbrica per il pezzamento della pomice tramite mulini utilizzando aree di estrazione private che avevano legalmente rilevato. La sua richiesta di monopolio venne respinta come tutte le precedenti, ma grazie ai terreni della sua società poté comunque continuare a lavorare sull’isola sin tanto che i rapporti con il regno austro-ungarico non si deteriorarono troppo con l’approssimarsi della Grande Guerra. La ditta di Haan chiuse i battenti sull’isola nell’aprile del 1915, ma riuscì a mantenersi come distributore unico per la Germania sino agli anni ’70.

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Contesa “medievale”

Tra il 1911 e il 1921 il Comune si impegnò in una contesa giudiziaria decisamente ardua e senza tempo con il vescovo di Lipari Monsignor Angelo Paino, il quale rivendicava la proprietà dei terreni pomiciferi addirittura sulla base di un diploma datato 1088 e concesso dal Conte Ruggero il Normanno all′Abate Ambrogio, con il quale si decretava il Monastero di San Bartolomeo (trasformatosi ad oggi cattedrale dell’isola) proprietario di tutti i territori delle isole Eolie. Il Comune   difese con successo le sue spettanze producendo un diploma databile 1134 che dimostrava esse fossero state donate alla Chiesa solamente le terre nullius, implicitamente, e non anche le proprietà private e gli usi civici delle terre comuni e non ultimo il sottosuolo delle stesse.

Tra le due guerre l’attività estrattiva fu altalenante e subì un gran freno come tutte le attività industriali non necessarie allo sforzo bellico, ma continuò garantendo sostegno all’isola e ai suoi abitanti nonostante la concorrenza di due isolani che si interessarono alla pomice delle isole greche. Impresa comunque mai andata in porto a causa del secondo conflitto mondiale.

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Le condizioni sanitarie

Assieme alla modernità e alle nuove macchine arrivò anche la medicina e non pochi furono i casi riconosciuti di silicosi in tutta Lipari. Non che prima gli operai e i minatori non ne morissero, ma ora, con le nuove analisi mediche si sapeva di cos’era la colpa di quella tosse straziante che colpisce quasi tutti gli operai che vivono il lavoro in condizioni inumane.

Nel 1961, oltre quarant’anni dopo il giornalista Francesco Rosso descrivendo la situazione delle cave scrive:

L’intero versante settentrionale dell’isola di Lipari è una immensa cava di pomice, parte a cielo aperto e parte solcata da centinaia di anguste gallerie. Vi lavorano un migliaio di operai. Nelle giornate ventose, una compatta nuvola bianca di polvere insidiosa avvolge il fianco del monte. Gli operai devono lasciare il lavoro: una giornata senza salario nel ristretto bilancio di un anno di fatica mal ripagato. Nei mesi estivi, quando il sole saetta implacabile, lavorare lassù è pauroso. La roccia libera un calore intollerabile, la polvere cocente soffoca, la sete tortura e i meno forti cedono. Un capogiro, uno sforzo maldestro per muovere sulla liscia parete le gambe impiombate di stanchezza, e la voragine si spalanca sotto gli ignari, che – storditi dall’insolazione – hanno già perduto conoscenza ancor prima di iniziare il volo di trecento metri verso l’abisso d’ombra…

Gastone Vueiller riporta altre considerazioni:

Provvisto di un cestino, di un piccone e di una lampada l’operaio esce di casa alle quattro del mattino e arriva, dopo un’ora e mezzo di cammino, all’antico cratere. Là comincia per lui l’ascesa molto faticosa sul pendio. Alla fine raggiunge il capo di grotta, che comanda una squadra che conta dieci o quindici lavoratori. Insieme scendono tre o quattrocento metri sotto terra attraverso un sentiero inclinato. Ma prima di arrivare a quella profondità dove oggi si trova la pomice, gli operai hanno dovuto scavare per quindici o venti giorni senza profitto il fianco della montagna per aprirsi un varco attraverso la sabbia bianca, fino alle viscere del suolo. Il metodo di scavo non è cambiato da un secolo. I lavori di sostegno sono sconosciuti, ci si fida di un terreno franoso, che ogni anno causa delle vittime.

Un comandante di una delle navi che agli inizi del 1900 caricano le botti di pomice scrive così:

La vita di quei poveracci è spaventosa. Nel nord avete le miniere di carbone: la vita è dura per i lavoratori, è vero, ma almeno alcune società forniscono loro dei mezzi per lo sfruttamento della miniera e il trasporto del materiale. Ci sono compagnie che li assicurano e in caso di incidenti si dà una pensione alle vedove, ai vecchi. L’operaio della pomice non ha niente; lavora quattordici o quindici ore al giorno guadagnando un franco o un franco e venticinque centesimi, non di più. Vive nel paese del vino e non conosce che acqua, a tavola non conosce la carne e campa soltanto di legumi e pane cotto un mese prima. Eppure non si è mai messo in sciopero. Dopo la sua faticosa giornata, scende al villaggio con 50 o 60 chili di pomice sulle spalle, attraverso i sentieri pericolosi che ha percorso al mattino. Arriva dal sensale e deposita il suo fardello ricevendo un acconto. Quando la pomice si è seccata viene pesata e l’operaio riscuote il prezzo convenuto. È lì che lo aspetta il sensale, o piuttosto il suo aguzzino, che stabilisce il peso a proprio piacimento. Il povero disgraziato non può protestare, perché ha ricevuto un anticipo ed ha bisogno di quell’individuo il giorno dopo…

Vittorio Bertarelli, fondatore del Touring Club Italia scrive così nel 1909:

Profonde, caldissime all’interno… coltivate con metodi vecchi, industrialmente non lodevoli ed igienicamente perniciosi… Dura vi è l’opera di estrazione, che si fa col piccone; durissimo il trasporto all’esterno, entro sacchi e recipienti di stuoie e di vimini, al quale sono adibiti anche ragazzi giovanissimi, evidentemente senza alcun rispetto della legge sul lavoro dei fanciulli. Producono abbastanza per tutta Europa ed anzi per esportarne oltre mare. Dei vapori sono sempre sotto carico a Canneto e ad Acquacalda dove in grandi molini, di cui vari appartengono ad una ditta tedesca, si opera una cernita di materiale ed in parte la sua macinazione in mezzo ad un pulviscolo folto, persistente che si diffonde a distanza come una nebbia intorno agli stabilimenti ed è visibile a più chilometri…

Nel 1957 si arrivò anche a un’interpellanza parlamentare, ma non si riuscì più di tanto a mitigare la malattia che colpiva quasi ogni lavoratore né a mutare più di tanto le loro pessime condizioni lavorative.

Negli anni ’50 del nostro secolo la parcellizzazione delle cave aveva fatto nascere oltre una quarantina di scavi mettendo in crisi il settore per l’eccessiva concorrenza tra le stesse. Ormai oltre una ventina di ditte, da quelle individuali ai gruppi di grandi industriali picconano la pomice.

Nel 1958 vide la luce la Pumex che nel giro di pochi anni riuscì a inglobare e acquistare la quasi totalità dei lotti pomiciferi lasciando attive tre sole concorrenti: la ditta di Francesco La Cava a Ponticello, Italpomice di Acquacalda e la Cooperativa S. Cristoforo di Canneto che si occupava unicamente del settore produttivo e proseguì la sua attività fino alla seconda metà degli anni ′80.

A metà degli anni ’80 a suon di acquisizioni il monopolio della Pumex sulla pomice di Lipari era tale se non giuridicamente, di fatto. Oggi, laggiù a Porticello, accanto ad un ottimo ristorantino a conduzione famigliare, giace abbondonata alle intemperie la più grande produttrice di pomice del Mondo tutto: la Pumex.

Chiusa nel 2007, si dice senza ragione per volere dell’UNESCO che fece le Eolie patrimonio dell’umanità (in realtà fu il primo ente a richiedere una riconversione), altre voci non tanto azzeccate dicono che l’azienda era ben in attivo e venne fatta chiudere per rispettare fantomatici accordi internazionali sulla vendita della pomice. All’atto pratico si sa che la ditta fece richiesta di un rinnovo e di una nuova concessione mineraria che non gli vennero assegnate e di seguito questioni finanziarie la portarono al fallimento e al conseguente sequestro per sanare un buco di oltre trenta milioni di euro.

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